TUTTO QUELLO CHE HA UN INIZIO, HA UNA FINE…

100thwindow-1440x900.jpg…recitava uno slogan di un vecchio film di fantascienza all’alba del terzo millennio. Quello era il periodo, quasi trecento anni fa ormai, in cui alcuni registi di tendenza cominciavano le loro storie dalla fine per poi sovrapporle, intrecciarle, confonderle e ricongiungerle infine con la prima pagina, il primo ciak, l’inizio; flashback su flashback, storie che potevano moltiplicarsi durante il loro percorso in celluloide (si usava chiamare così allora la vecchia pellicola), pur se il principio era solo uno. Tutto quello che ha un inizio ha una fine……..forse! In quel vecchio film l’uomo si ribellava alle macchine che l’avevano soggiogato e si sacrificava, novello Gesucristo, per la salvezza del genere umano. E poi si dice che si impara dai propri errori……(!) Adesso dopo trecento anni l’umanita’ si serve ancora di loro, le ha perfezionate, curate, edotte, evolute ma…… ne mantiene ancora il controllo, per ora e per fortuna.

L’ambientazione è personalizzata, da scegliere fra alcune decine di opzioni; così puoi anche decidere di restare da solo in un locale affollato di gente; fuori fa freddo, una pioggerellina cade da ore, incessantemente fastidiosa, senza mantenere le promesse di tramutarsi in neve. Ho scelto una vecchia cantina, con l’odore vineabondo che impregna il legnoso e scarno arredo appena illuminato da qualche candela. Di fronte a me, il lungo bancone dell’OloBar offre caldo conforto liquido a chiunque ne accarezzi i profili. Mi piace avere a portata di sguardo i banconi dei locali, mi piace seguirne i corteggiatori e vedere cosa bevono, scrutare le loro facce, i loro movimenti e immaginare (o indovinare) i motivi causa della loro presenza. Spesso non sono molto dissimili dai miei. Spesso si annusa lo stato d’animo decadente di chi su questo pianeta avrebbe voluto essere qualcosa di più di quello che è diventato: sopravvivente!

La luce è soffusa ma non troppo, accarezzo le rughe del tavolo di legno al quale sono seduto raggiungendone di tanto in tanto il centro dove si è accomodata la bottiglia di vino che mi fa compagnia, un Rioja del ‘285, ottima annata nonostante la poca pioggia (ma questa non è una novità ormai, da decenni!). Non c’è niente da festeggiare né da dimenticare, è una serata così, fatta per pensare e restare con sé stessi; ed un buon vino aiuta. Raccolto nell’assordante silenzio della mia nicchia virtuale, mi vengono in mente vecchie parole lette non ricordo dove:” Il vino! Benedetta bevanda che scendendo lentamente, sembra che aggiunga giorni di vita; che salendo su per la testa come aroma delizioso e profumato scioglie la nostra lingua, accende lo sguardo, ci disperde le emozioni e ci fa scordare ogni male, trasportandoci in una dimensione che non conosce dolore.”

Esattamente a metà fra la discesa nell’inferno di dentro che aggiunge giorni di vita (e non è un paradosso), e la salita profumata che ce lo fa scordare (l’inferno), in pieno e geloso stazionamento incosciente nel mio limbo, un fremito all’altezza del cuore mi avvisa di un messaggio sul palmare.

Nuvole illeggibili salgono dai miei pensieri mentre faccio scivolare il boccone liquido in gola e verifico l’identità del messaggero.

Nessuna immagine del mittente, il numero visualizzato aiuta solo a scurire le predette nuvole. Chi diavolo è? Leggo il testo e la sensazione percepita appena un attimo prima si materializza: “Buonanotte Stellina, a domani!”……Stellina a me? Ha sbagliato numero, HAI SBAGLIATO NUMERO!!!!!!!

Una subliminale occhiata al restante contenuto della bottiglia, mezzo vaso appena, mi certifica che la benedetta bevanda è già opulenta nei miei vasi sanguigni. Dono sfogo al mio fastidio rispondendo al messaggio: “Hai sbagliato numero, Idiota!”.

La risposta non tarda a vibrare sul tavolo, scivolando verso la bottiglia e collocandosi sull’inconscio confine che divide la speranza e la sorpresa. Non mi attendevo reazione alla mia ineleganza, ma una infinitesima cellula subcosciente, in strenua resistenza preannegamento, riusciva ad inviare un minuscolo impulso: l’infimo, cinico desiderio di una risposta. L’inizio.

“MA VAFFANCULO, STRONZO!”, niente male; ma da uno con gli alluci spappolati, punito da sestesso, in un intimo momento, per un’ errato posizionamento del dito indice, avrei gradito più violenza; a meno che………… “Guarda che sei tu che hai sbagliato numero” è la mia risposta, evidenziandogli educatamente l’identità dell’escremento. “NON SONO IDIOTA, SONO SOLO UN PO’ DISTRATTA”.

Eccolo! Il dubbio precedentemente rivelatosi con quell’”amenoche”, appena evenescente, si manifestA con una A maiuscola. Porca Mucca è una donzella. Una donna. Una ragazza. Un essere umano di sesso opposto al mio. E dato che il mio io diventa irrimediabilmente, e fastidiosamente, timido davanti alle gentili grazie, avanza il senso di colpa, viscido come una biscia di palude.

Ora siamo in tre al mio tavolo, la prima bottiglia si sentiva un po’ a disagio ormai vuota, e ne è arrivata un’altra. “SCUSA, NON CREDEVO FOSSI UNA RAGAZZA. SONO UN PO’ UBRIACO.” Patetico!

Ecco come è cominciata.

Un paio di giorni dopo mi ha riscritto, aveva accettato le mie scuse ed era curiosa, evidentemente. Così come lo ero io adesso. Il caso ci aveva messo in relazione e lo screziato esordio di due sere prime si era tramutato in un amichevole dialogo prenotturno fra due senzasonno.

Per tre mesi ci siamo incontrati senza vederci, ogni giorno in orari diversi, raccontandoci frammenti di noi. Il suo nome è Ira ed ha qualche anno meno di me, e non mi dispiace affatto. A tutti e due era sufficiente la nostra reciproca immagine mentale. Il suo disarmante entusiasmo da neomaggiorenne mi contagiava ed io non facevo altro che essere prodigo di buoni consigli ed attenzioni: “STA ATTENTA, CHE QUA’ FUORI E’ UN BRUTTO MONDO!”. I suoi erano divorziati e lei viveva, e credo che viva ancora, con la nonna paterna perché con la madre non era il caso.

Un venerdì di lavoro qualunque agganciato al mio computer, un altro fremito sul cuore, un altro messaggio. “INCONTRIAMOCI”. “sei sicura”. “SI’”. “e se non ci piace quello che vediamo”. “NON LO CREDO”.

L’inevitabile stava accadendo, quello che avevo temuto e sperato tutto il tempo era al suo culmine. I dubbi mi aggredivano e non facevo altro che strapparmeli dalle carni. Avevo la nera sensazione che sarebbe potuto essere il nostro primo ed ultimo incontro. Troppe erano le cose che potevano subito dividerci in un contesto reale. Vent’anni di differenza, poteva cercare un padre… ed io non volevo una figlia. E se non mi piaceva, e se non piacevo a lei? Le avevo dato appuntamento davanti al locale in cui ero al nostro primo…….approccio. Mi avrebbe riconosciuto da un fiore bianco che avrei avuto in mano. Mi piazzai dalla parte opposta della strada, invisibile, nell’ombra di un angolo che si affacciava sull’ingresso ma a debita distanza……..

Il caldo era scoppiato già da un paio di settimane, il locale si affacciava su un mare tremendamente immobile. Il vino, bianco stavolta, scivolava sul pesce che si ingurgitava con alcuni fidati compagni di bicchiere, rapido ed inesorabile come il mal di testa che avrei sopportato l’indomani. Trrrrrrrrrrrrrrrr! “CIAO, TI RICORDI DI ME, SCUSAMI PER NON ESSERE VENUTA ALL’APPUNTAMENTO”. “in realtà’ ……non ci sono stato neanch’io (dignità, per la miseria)”. “COME STAI”. “bene, e Tu?…………………………………….…

La fine(?)

14112003

Lo spunto per questo racconto è stato davvero un sms inviato alla persona sbagliata; per la precisione ad un mio amico durante una cena in cui il vino infuriava davvero. Per una mezzoretta buona aiutati dagli spiriti ci siamo divertiti ad insistere con il botta e risposta telefonico, fino a quando siamo stati sopraffatti dal vino.

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~ di el0so su 4 febbraio 2008.

3 Risposte to “TUTTO QUELLO CHE HA UN INIZIO, HA UNA FINE…”

  1. bravo pierpy 🙂

  2. mi piace come cogli con questo racconto il conflitto tra reale e virtuale…grande pedro!

  3. Forse è dove sono io: sulla sottile linea rossa. Che ne dici Dottoressa?

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