blusubianco 2 (unpublished)
incipit
Mi dico che è il momento giusto e devo sbrigarmi. Certo, sarebbe più facile se ci fosse un foglio di carta: prenderei la penna e le parole non rimarrebbero incastrate in una vena del cervello o nella gola; scenderebbero fino alla mano, sporcherebbero il foglio, ci resterebbero attaccate con tutto quello che si portano dietro. E’ il potere della pagina bianca, credo. Ti risucchia e ti libera: è la tua possibilità di buttarti da un’altra parte.
“Allora?” mi chiede il mio editore, accendendosi una sigaretta.
fondersi col foglio
Deja vu. Di nuovo lo stesso fermo immagine, il medesimo da anni, da quando scrivo per lui. Ad ogni vigilia di pubblicazione di un mio libro si presenta la stessa scena: a quell’”allora” interrogativo incorniciato dal fumo non è mai stata la mia voce a rispondere ma carta ed inchiostro che con una certa enfasi mi piaceva fargli cadere sulla scrivania. In quel preciso momento ERO da un’ altra parte; la mia mano aveva fagocitato attraverso la penna tutto quello che non sarei stato capace di vocalizzare, neanche in due vite. Sorridendo inforcava gli occhiali da vista e cominciava a leggere ma non lo faceva per più di quattro/cinque cartelle; io rispondevo al suo sorriso e lasciavo l’ufficio. Andrea Artemisi ha sempre avuto fiuto per i successi editoriali, aveva sfornato così tanti best sellers che adesso si poteva permettere anche una collana di nicchia, edita con scritti accattivanti di autori emergenti, mai troppo prolissi, di quelli apprezzati dalla critica ma che comunque gli consentiva sfiziose soddisfazioni economiche oltre quelle intime che risalivano come le bollicine dell’acqua minerale quando riceveva con appena mascherato scherno i complimenti dai salotti in del paese.
Aveva avuto lo stesso istinto vincente con me, leggendo solo le prime pagine del mio primo manoscritto presentatogli con poche illusione ed ancor meno speranze. Anche in quell’occasione esordì con un “allora” ma affatto interrogativo: “hai talento ed ho deciso di pubblicarti” chiosò lapidario. Poca voce tra noi; da sempre carta ed inchiostro hanno comandato le nostre espressioni. Questa volta però era diverso; nessun potenziale successo da svolazzargli sotto gli occhiali, nessun foglio che parla per me, e dio sa quanto l’avrei voluto, perlomeno non c’era materialmente nel momento in cui avevo fissato l’appuntamento con Clara, la segretaria tuttofare, occhietti furbi su tacchi improbabili ma funzionali al suo ruolo. Né tantomeno esisteva nella salita in ascensore verso il suo ufficio il giorno dopo aver sbirciato i tacchi da segretaria, eppure un ronzio nella mia testa continuava a stravolgermi le sinapsi a ricordarmi che non dovevo avere altri momenti se non questo.
“Mi scopo tua moglie” ecco come avrei dovuto interrompere il mio silente rituale con Artemisi. il motivo per cui non scrivevo più da sei mesi periodo che al contrario veniva immaginato dal mio datore di lavoro come il tempo necessario per la nascita del nuovo pargolo cartaceo, un altro pre(di)letto pronto ad essere allattato dagli occhi di migliaia di amanti della non voce (ironico. sembra stia parlando no! scrivendo di me).
Non so tenere i segreti io; lo premetto sempre ai miei amici “non raccontatemi nulla che non vogliate si sappia in giro” non è cattiveria, è nella mia natura, tratto tutto come se fosse parte naturale dell’esistenza e quindi schiacchierare robe altrui con chicchessia è solo un modo di fare conversazione, di ampliare il raggio di conoscenza, anche capire chi hai di fronte dalla reazione alla tua confidenza. Il lato oscuro è che mi pesa enormemente avere io stesso dei segreti proprio perché fanciullescamente non li considero tali.
La relazione con Anna era nata spavalda come lo sono due che si guardano la prima volta e sanno intimamente e nello stesso attimo in cui accade che si apparterranno; era parecchio più giovane di Artemisi – sposato più per affetto e senso di protezione – e con me la forbice si accorciava non di molto. Una settimana dopo, durante un’altra serata di presentazione dell’ennesima promessa letteraria, eravamo finiti nello stanzino accanto al bagno delle donne dell’hotel in cui eravamo ospiti. Da allora in pratica abbiamo vissuto quasi da coppia regolare, certo non in pubblico e non in città, viste le soventi e prolungate parentesi lontane dal focolare domestico del capo – sì è meglio chiamarlo così, più distaccato ed impersonale -. In principio pensavo fosse un capriccio, una necessità di entrambi trovare un porto sicuro ove passare le ore fra un viaggio e l’altro ma entro un mese avevo compreso, senza dispiacermene ed in quel momento senza pensare alle conseguenze, che lei era molto di più di una scopata con la moglie del capo ed era stata proprio Anna a farmelo intendere fra le righe (necessarie anche in questo caso) e fra le lenzuola. Con lei non avevo bisogno di dare sfogo alla mia insonnia costretto a buttare giù appunti fatti ad inchiostro sino all’alba; il computer per me è una dimensione successivo, carta e penna sono i miei strumenti primari e la mia scrittura é facile e gradevole da leggere, così mi aveva detto Artemisi quando l’avevo conosciuto premiandomi con l’esonero dalla stesura digitale che aveva riservato ad un suo collaboratore.
Anna non aveva necessità di tante parole da me anche se con lei parlavo come non avevo fatto con nessun’altro nella mia vita, pur restando ben sotto la media di un individuo normale. Era arrivata discreta e bellissima ed io non l’avrei lasciata andare anche se il prezzo da pagare sarebbe stato perdere il mio miglior estimatore nonché datore di lavoro.
Mi trovai dunque con quel “Allora?” sospeso, senza né foglio néinchiostro in cui bagnarlo.
Allora parlai. Parlai come fossi scritto su carta, come se Anna, Artemisi ed io vivessimo su un foglio non scritto, ben presente nella mia mente e riposto lì solo a tempo determinato. Solo che mentre ne parlavo non eravamo noi, non era reale; era… blusubianco.

