Trenta x sessanta.
Trenta per sessanta, due numeri; una base per altezza che rappresentano i confini concessi alla mia mediocre esistenza di single over 35 incuneato in un flusso vitale esattamente agli antipodi della fanciullesca visione di mondo perfetto. Un quadro recintato da una cornice. Questo è il mio ufficio. Un cubicolo rettangolare, quasi un paradosso geometrico, nel quale tutte le mattine, da 17 anni a questa parte, penetro, come uno sbaffo di pennellata rossa sulla tela, per svolgere la mia mansione di elaboratore dati; Delirio per Delirio! La stanza non ha finestre, il gelido neon non concede onde alle forme. Un corridoio le gira intorno, quasi una intercapedine. L’unico fascio di luce naturale percorre da porta a porta il lato lungo partendo da un finestrone di uno sgabuzzino, foce dell’intercapedine. Ho sempre questa visione satellitare del mio ufficio, praticamente il mio incubo ricorrente: un perfetto rettangolo iniettato di altri rettangoli più piccoli, proporzionati al contenitore. Una scrivania al centro, un’altra parallela al lato corto, un armadio, un paio di scaffali porta documenti e poi, in un punto appena decentrato, un piccolo sbaffo rosso infilato con gli occhi in un’altra forma quadrilatera possessora di luce propria. Ha una cornice beige di un paio di centimetri, un altro recinto. Al suo interno pixels tricolori formano ancora geometrie da 3 per 6, 30 per 60, 300 per 600 e in un angolo un altro sbaffo rosso, ed ancora uno e più in fondo ancora un altro. Tutti persi in un prospettico gioco quadrangolare ed il lungo penetrante beeeeeep che ne fuoriesce ad ascoltarlo bene assomiglia alla mia voce che rimbomba nel tunnel: DOV’E’ L’USCITAAAAAAAAAA!!
091104


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